“La lettera dell’isole che ha trovato nuovamente el Re di Spagna” è un poemetto in ottava rima composto dal vescovo e poeta Giuliano Dati (Firenze 1445- Roma 1524), pubblicato originariamente a Roma il 15 giugno 1493, adattamento in rima della lettera di Cristoforo Colombo ai Reali di Spagna, inviata al tesoriere reale Gabriele Sánchez il 14 marzo dello stesso anno. L’opera celebra la scoperta del Nuovo Mondo, che Colombo credeva fossero le Indie, diffondendo la notizia della recente impresa in lingua volgare per l’epoca.
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Frontespizio della lettera “Isole trovate novamente per el Re di Spagna” , 1493. La xilografia raffigura lo sbarco spagnolo nel Nuovo Mondo e l’incontro con le popolazioni locali. Si trova alla Biblioteca Europea di Informazione e Cultura, Milano.
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Testo completo “La lettera dellisole che ha trovato nuovamente el re di Spagna” di Giuliano Dati. Edira a Firenze nel 1495.
L’immagine raffigura l’arrivo di Cristoforo Colombo nelle Americhe nel 1492, spesso interpretato nelle prime illustrazioni con il re Ferdinando II di Spagna che indica la direzione.
Omnipotente Idio che tucto regge
donami gratia ch’io possa cantare
a llaude tua et di tua sancta legge
cosa che piaccia a chi starà ascoltare,
maxim’al popol tuo et la tua gregge,
el qual non resta mai magnificare
come al presente ha facto nella Spagna
delle isole trouate cosa magna.
Io ho già lecto degli antichi regi
et principi signori stanti in terra,
del re della Soria et facti egregi
et le battaglie loro et la gram guerra
et delle giostre gli acquistati pregi;
di Belo lessi et se ’l mio dir non erra
de persumedi et degli ateniensi,
D’Anfitrione et gli altri egregi immensi.
Et de lacedemoni le grandi entrate,
di Labotes, di Oreste et d’altri assai,
del principe Gisippo cose alte
come si legge so che tu inteso l’hai,
di Tholomeo più cose smisurate
et del gran Faraone come saprai,
de iudici e de regi de giudei
che affaccia parlauano con lei.
Et de’ latini lessi et degli albani
et di quel fiesolano re Atalante,
de regi et consolati de romani
et detribuni lessi cose tante,
dedeci uiri electi tanti humani
et de li imperadori potrei dir quante
cose ch’i’ tengo nel mio petto fisse
perché sarian nel dir troppo plisse.
Che s’io uolessi tucti e’ facti dire
di sopra nominati et d’altri assai
certo farei la tua mente stupire,
maxime alcuni che non l’udiron mai
queste cose alte degne magne et mire,
che se tu leggi tu le trouerrai
in uernacula lingua et in latino
sì come narra un decto d’Agostino.
Ma chi potessi legger nel futuro
d’uno Alexandro magno papa sexto
della tua creatione el mondo puro,
grato a ciascuno, a nessun maimolesto,
et del primanno suo el magno muro
che non gli può nessuno esser infesto
sesto Alexandro papa Borgia ispano
justo nel giudicare et tutto humano.
Et chi leggessi poi del suo Ferrando
christianissimo rege infra cristiani
che l’Isabella tiene al suo comando,
unica sposa sua che nelle mani
tanti reami in dota allui donando,
gl’ha dati intendi ben con pensier sani
ch’egli è re della Spagna et di Castella
et di Leon, Tolecto uilla bella.
Simile re di Cordube chiamato
et poi di Mutia re mi par che sia
et di Galitia re incoronato
dal Garbe re et tienla in sua balia.
Re di Granata sai ch a conquistato
di Ragona signor et di Ualenza pia,
conte mi par che sia di Barzalona
et di Sicilia re, isola buona.
Di quanta altura principe mi pare
et di Sardigna tien la signoria
et di Corsica si fa simil chiamare
di quella parte ch’egl’ha in sua balia,
et conte di Serdaina appellare
et di Rosello conte par che sia;
simile re mi pare che di Maiorica,
l’altro reame è poi decto Minorica.
Et poi signor di Biscaia et Molina
de l’Alsesiras signor chiamato,
dell Asturias terra pellegrina
per tucto el mondo questo è nominato;
tucto fedele della legge diuina
chi altro crede è mal da llui trattato
come si uede che non è mai satio
di marrani giudei far ogni stratio.
Però el signore l’ha sempre inuicto facto
Che si può uno Agusto nominare,
ogni sua lega triegua legge o pacto
mai non si uidde dallui maculare;
lui non derise mai sauio né macto,
limosine per Dio sempre fa fare,
della chiesa zeloso a tutte l’hore
come fedel cristiano et pio signore.
Come mostra la magna ambasceria
che gl’ha mandato a dar l’ubidienza,
al suo sesto Alexandro, anima pia,
che mai si uide tal magnificenza,
in tutte cose la sua signoria
dimostra hauer fra gl’altri gran potenza
in questi magni ambascador si specchi,
chi nol credessi non ci presti orecchi.
Se io uolessi e’ sua titoli dire,
o auditore, io ti potrei tediare
de’ sua reami, io ti farei stupire
sol que che l’Isabella uolse dare
in dota a questo re o questo sire,
quando l’usò per marito pigliare
quella Isabella è di Spagna regina,
honesta donna sauia et pellegrina.
Hor uo tornare al mio primo tractato
del’isole trouate incognite a te,
in questo anno presente questo è stato
nel millequattrocento nouantatre,
uno che Cristofan Colombo chiamato,
che è stato in corte del prefato re
ha molte uolte questo stimolato
el re che cerchi acrescere el suo stato.
Dicendo signor mio io uo cercare,
perch’io comprendo che c’è molta terra
che nostri antichi non seppon trouare,
et spero d’aquistarle sanza guerra
se uostra signoria si uuol degnare
aiuto darmi, che so che non erra,
la mente mia spera nel signore
che ’mbrieue ci darà regno et honore.
Voi mettete la roba io la persona,
non sarà uostra signoria disfacta;
ispesse uolte la fortuna dona
per piccol prezo assai et non è macta
che sua spetanza tutto il mondo sprona;
savio è colui che di cercar s’adacta,
perche dice el uangelio in legge nuova,
che chi cercando ua spesso truoua.
Hor poi ch l’ebbe el re piu uolte udito
et facto la risposta sorridendo
Cristofan riplicando come ardito,
questo anno el re, secondo ch’ io comprendo,
prese di dargli aiuto per partito
et disse: « el tuo spetare oggi commendo,
piglia una naue con due carouelle
di queste mie armate le piu belle.
Et comando di poi che gli sia dato
danari et roba et quel che fa mestiero,
et poi di molta gente accompagnato
diuota mente et con il buon pensiero
al sommo Dio che fu racomandato
et alla·mad[r]e sua et a sancto Piero. »
et prese queste cose et poi licenza
dal re et la regina et sua clemenza.
Et nauicò piu giorni per·perduto
con pena, con affanni et grande stento;
pensa chi ua in mare non è mai tuto
ma semp[re] combactendo in acqua et uento,
perdesi spesso el guadagno e ’l trebuto,
et non gli gioua dire: « i’ me ne pento »,
ma come piacque a Dio che mai non erra,
in trentatrè giornate puose in terra.
Et misse dua de sua huomini armati
a cercar per le terre che fun trouate,
se forse si scoprissin qualche aguati,
ma caminaron ben per tre giornate
che non si furon mai indrietouoltati
et non trouaron mai uille o brigate,
sì che si marauiglia chi camina
et più chi è restato alla marina.
Ma niente di manco quella terra
era di uari fructi molto ornata;
se chi ha scripto in qua nel dir non erra,
montagne eue d’altura ismisurata
et molti fiumi la circonda et serra,
doue trouoron poi molta brigata
sanza panni uestire o arme o scudi,
ma tutti e membri loro erano nudi.
Saluo ch’alchuna donna che coperte
tiene le parte genitale inmonde
con bambagia tessuta et di poi certe
l’hauen coperte con diuerse fronde;
et come uidon questi le diserte,
forte fuggendo ciascun si nasconde
et questi due indrieto si tornauano
et a Cristofano lo facto raccontauano.
Et Cristofano et gli altri dismontati,
armati tutti el paese cercando
il sole molte et huomini trouati
come tu intenderai qui ascoltando;
et gli stendardi del re han rizati
et a ciascun el suo nome mutando
come dirà questa pìstola magna
da Cristofano scripta al re di Spagna.
« Perch’io so signor mio che gran piacere
harà in uostra magna signoria
quando potrà intendere o sapere
delle cose che io presi in mia balia
per uirtù del Signore et suo potere,
et simil della madre sua Maria
dal partir mio a trentatrè giornate
molte isole et gran gente i’ ho trouate.
L’isola prima ch’i’ trouai signore
io l’ho per nome facta nominare
isola magna di san Saluatore,
et la seconda poi feci chiamare
Conceptio Marie a suo honore,
di poi la terza feci baptezare,
per uostra signoria ch’è tanto ornata,
isola Ferrandina l’ho nominata.
Et la quarta Isabella fo chiamata
per la regina ch’è tanto honorata,
et alla quinta el nome uolsi dare
che l’isola Giouanna sia chiamata,
et la sesta d’un nome uolfi ornare
che congruo mi parse a quella fiata
che la Spagnuola quella si chiamasse
perché mi par che così meritasse.
E nomi son dell’isole trouate
nell’India, Signor mio, com’i’ ui scriuo
et questa et l’altre sopra nominate,
notitia a uoi sì e’ do, signor mio divo;
trecento uentun miglio ho caminate
et peruenuto alfin col sancto uliuo,
dalla Giouanna alla Spagnola el mare
cinquantaquattro miglia largo apare.
Et per septentrione le nauicai
cinquantaquattro miglia di marina
doue che alla Spagnola io arriuai
inuerfo l’oriente s’auicina,
et per la linea retta io caminai
da onde la Spagnola li confina
son cinquecensettantaquattro miglia
e la largheza che questa isola piglia.
Et questa et tucte l’altre è molto forte,
ma questa sopra l’altre par fortissima
potressi inanzi dare a tucti morte
che una parte s’acquisti piccolissima;
certo quest’è ’l destino queste le sorte
che uostra signoria fan felicissima
e dotata di tucte molte et uarie
e liti et porti et cose necessarie.
Et molti fiumi et maxime montagne
che son d’alteza molto smisurate,
arbori fonte uccegli et cose magne
ch’a’ uostri tempi non son mai trouate;
certo la mente mia signor ne piagne
per l’alegreza delle cose ornate,
di tucte cose c’è, se io non erro,
saluo che non si truoua acciaio o ferro.
Sonci di septe o uer d’octo ragioni
di palme che mi fan marauigliare,
et se alzando tu ben gli occhi poni
pini ui son che l’aria par toccare;
passere lusignuoli et altri doni
che non si potere mai tucto narrare;
della bambagia un pondo c’è infinito
et d’altre cose assai c’è in questo lito.
Albori ci son d’una ragion fioriti
del mese di nouembre che no i siano
come in Ispagna et ne suo degni liti:
li alberi son el māggio el monte el piano,
sì che no altri stian tucti stupiti
per l’abondantia che trouata abbiano;
sonci gli alberi uerdi et le lor foglie
ch’i’ credo che non perda mai le spoglie.
Di reubarbaro c’è tanta abondantia
et di cenamo et d’altra spetieria;
l’oro et l’argento el metallo ci auanza,
maxime un fiume che per questa uia
che non può questa terra farne sanza
dou ho trouato con mia fantasia,
che di molt’oro è piena quella rena
sì come l’acqua di quel fiume mena.
Simil signore io ui uoglio auisare
che in quest’isola c’è molta pianura
doue edifizi molti si può fare
et castelle cipta con magne mura;
che non bisogna poi di dubitare
né d’hauer chi ci sta nulla paura;
molte terre ci son da seminare
et da pascer le bestie et nutricare.
Ho po trouati certi fiumicelli
che tucti menano oro et non già poco,
et molti porti grandi et da far belli,
che abondanza c’è d’acqua di loco,
l’herbe et le selue facte co pennelli
non son sì belle et non ci s’usa foco;
gli huomini sono affabile formati
timidi sempre et al fuggir parati.
Sonci assai utile ma son piccolecte
d’huomini et donne son tucte calcate,
gli habitacoli qui son capannecte
semplici sono et credule brigate;
et ben che sieno nudi stanno necte
sì che signor di buona uoglia state;
et credon che no’ sian di cielo in terra
mandati per campagli d’ogni guerra.
Portano alcun certe canne appuntate
socto le braccia come noi le spade,
archi con frecce di canne tagliate
et uanno insieme assai come le squadre;
di capegli et di barbe molto ornate
non son micidial persone o ladre
ma tucto quel che gli hanno in lor potere
ce lo darebbon per farci piacere.
Et parmi che ci sia gran diferenza
da questa isola a quella di Giouanna
d’arbori fructi et d’herbe et di presenza
non ci manca se non la sancta manna;
d’oro c’è tanto ch’a uostra potenza
chi guerra far si pensi inuan s’affanna,
oltre alla roba acquistate l’honore;
tutti son pronti a creder al signore.
Questi popoli grandi e infiniti,
come per segni ci hanno dimostrato,
le donne et lor figliuoli et lor mariti
ciascuno spera d’esser baptezato;
priego ’l signor Iesu che può gl’inuiti
a possedere el suo regno beato,
di quanto ben cagion signor farete
col uostro auxilio che dato m’hauete.
I ho menati qui certi indiani
che comprendan di questa alcun linguaggio
tal che parlando et con cenni di mani
qualcun di questi che è piu sopra et saggio;
dicon di farsi a noi tucti cristiani,
tal ch’i’ ho preso signor mio uantaggio
et di legname una bastia fo fare
e la gente ui mecto per guardare.
Et forniti gli lascio per uno anno
d’arme di uectouaglia, ben ch’i’ spero
che non haranno molestia nè danno
perché gli lascio con un buon pensiero:
humili mansueti tucti stanno;
sì che ausilio il uostro signor chiero,
mandimi uostra signoria piacente
a laude del Signor omnipontente.
Chi non uede signor l’isole degne
et le ricchezze o nobel creatura
et la uerità d’arbori et legne
et degl’huomini et donne lor figura,
non sa che fra del mondo le sue insegne
chi non esce del cerchio di sua mura,
non può perfectamente Iddio laudare
chi non gusta le cose che sa fare.
Signor mio dolce la piaceuoleza
di questa gente i’ non sapre’ narrare,
per una stringa che poco si preza
uolson tant’oro a un di questi dare
che tre ducati et mezo! o che richeza
hare’ potuto in queste parte fare!
ma io ho comandato alla mia gente
che ciascun doni et non pigli niente.
Per far lor gratia uostra fignoria
di molta roba io ho facto donare
di quella di mia gente et della mia,
come scodelle et piacti da mangiare
et uetri et panni ch’era in mia balia,
sanza riserbo alcuno per me fare,
perch’io gl’ho conosciuti tanto grati,
i’ gl’ho come fedeli et buon tractati.
Vero è che sono assai pronti al fuggire
perche non sono usati di uedere
gente che usin panni da uestire;
ma perché ueghan noi tucto sapere
ciascun di loro ci adora come sire
et le lor robe da mangiare o bere
non ho ueduto fare né tuo né mio
ma la uita comun, al parer mio.
Usano ancora per una bocte trista
et per un pezo d’arco che non uale
tre once d’oro darmi et simil mista
tanta bambagia che mezo quintale;
ma poi ch’i’ hebbi questa cosa uista
parsemi di pigliar niente male
et ho commesso a ciaschedun de’ mia
che di pigliar niente ardito sia.
Non è fra loro alcuna briga o secta,
ma pacifici tutti insieme stanno;
di parole et di fatti mai s’aspecta
di far uendecta alcuna, ingiuria o danno;
beato a quello che seruir si dilecta!
acompagnati a braccio sempre uanno;
io gl’ho uisti sì buoni recti et grati
che a buon fine Idio gl’harà chiamati
Non è fra loro idolatria nessuna,
tutti le mani al ciel tengono alzate,
non adoran pianeti o sole o luna,
ma le lor mente al ciel tutte leuate
dicon la gloria in ciel esser sol una,
dalla qual patria credon che mandate
le nostre barche siano et noi in terra
a far pace col ciel d’ogni lor guerra.
Io n’ho con meco sempre alcun menato,
e quali io feci per forza pigliare
quando al principio in terra fui smontato
non potend’io in altra forma fare;
pel ueloce fuggir mai ascoltato
non era le mie uoci o ’l mio parlare
et questi che per forza allhor pigliai
son per amor uenuti sempre mai.
Sempre mangiare o bere et a dormire
acanto a me io gl’ho sì ben tractati
che gli aferman per certo et usan dire
che dal regno del ciel no sian mandati;
uannoci inanzi gridando uenire
debba ciascuno a uedere e beati,
sì ch’al presente ognun corre a uedere
e portan tucti da mangiare et bere.
Da l’una isola all’altra questi uanno
con certe barche che in questa isola è,
le qual d’un legno solo facte stanno
et son chiamate queste canoe;
son lunghe strecte et par quasi uolando
andare a chiunche messo detro c’è,
benché sien grossamente lauorate
con sassi et legni et ossi son cauate.
Et honne uista alcuna tanto grande
che octanta persone ci sta drento
et ciascuno ha ’l suo remo et le uiuande,
nauican questi et con buon sentimento;
la roba l’uno all’altro lì si spande
quel ch’io ui scriuo signor nulla mento
et uanno baractando tucti quanti
come se fussin quasi mercatanti.
In queste isole tucte nominate
non ho ueduta nulla differenza
d’incarnati di uifo o di brigate
ma tucti quasi son d’una presenza;
et d’un costume tucti costumate
huomini et donne son pien di clemenza,
tucti hanno una loquela et un parlare
che ui faren signor marauigliare
Che par che util cosa questa sia
a conuertirgli a nostra sancta fede
che come scriuo a uostra signoria
ciascun disposto c’è et già la crede;
di que’ che han uista la presentia mia
non gl’ho tucti ueduti né si uede
che gli è maggior Giouanna sanza sotia
che non è l’Inghilterra con la Scotia.
Son due puince ch’io non ho cercate
secondo che questi altri decto hanno;
una ce n’è la qual queste brigate
dican che quelle gente che ui stanno
son con le code tucte quante nate
et Anaan el nome posto le hanno;
poi caminai per la spagnuola ciglia
per ciquecensessantaquattro miglia.
Doue è la uilla la qual io pigliai
doue io feci la rocca o uer bastia
ch’è la piu bella che io uedessi mai
come i’ ho scripto a uostra signoria;
non mi ricorda se a dirui mandai
in questa brieue epistolecta mia
el nome ch’ io l’ho posto et forse ha uisto
Natiuita del noftro Iesu Cristo.
In queste isole tucti questi stanno
contenti d’una donna ciascheduno,
ma questi principali tucti n’hanno
uenti le qual son date lor per uno,
et l’uno all’altro mai torto non fanno
che accio far non c’è pronto nessuno
et nelle cose tucte da mangiare
nulla diuision ci ueggo fare.
Et benché in queste parti caldo sia
la state e l’uerno c’è di gran freddura,
ma perché mangian molta spetieria,
la carne loro al freddo molto dura;
in queste parte nulla cosa ria
si truoua di che questi habbin paura,
saluo che c’è un’isola al’entrare
dell’India per uoler qui ariuare
In nella quale sta gente uillana;
da questi non mi par che siano amati
perché dice che mangian carne humana:
po non son da questi qui prezati;
hanno assai legni questa gente strana,
da nauicare et hanno già rubati
a questi discorrendo d’ogni banna
con archi in mano et con frecce di canna.
Non è da questi a quegli diferenza
se non inne’ capegli che quegli hanno lunghi
come le donne et di presenza
son come questi et fanno molto danno;
a queste che son proprio essa clemenza
sì che in gelosia sempre ne stanno
ma spero che la uostra signoria
saprà purgare una tal malattia.
Una isola c’è decta Mactanino
nella qual le donne sole stanno
et questo iniquo popol gli è uicino
et a usar con queste spesso uanno;
ma questo popol tutto feminino
exercitio di donne mai non fanno
ma con gli archi trahendo tuctauia
che par per certo una gran fantasia.
Et uanno queste ben tucte coperte
non già di panni lini o lani o ueli
ma d’erbe de giunchi et queste cose certe
son che di qua non è lenzuoli o teli;
’n un’altr’ isola poi le gente offerte
femine et maschi nascon sanza peli,
innanzi uoglio confuso esser nel dire
ch’i’ uoglia alcuna cosa preterire
Et doue questi sanza peli sono
piu oro c’è ch’i’ habbia ancor trouato,
di questi ch’i’ scriuo o parlando ragiono
signor io ne son ben giustificato;
a uostra signoria un magno dono
i’ ho per portar meco preparato:
di tucti questi luoghi i’ u’ho menare
gente che possin ciò testificare.
Però giusto signor di Spagna degno,
stia uostra signoria di buona uoglia,
ch’i’ ho cresciuto tanto el uostro regno
che chi ha inuidia può crepar di doglia;
d’oro et d’argento passerete el segno
tal che trarrà el nimico di sua soglia
ma quel ch’i’ so che molto più prezate
son queste gente a Cristo preparate.
Reubarbero assai et aloe,
mastice cenamomo et fpetierie,
tanta richeza signor mio qui è
che dischaccia da me le uoglie rie;
più allegreza signor mio fare
si fussi certo che per tucte uie
questa scripta uenissi a saluamento
nel mondo non sare’ huom più contento.
Non mi acad’altro, degno mio signore,
scriuere a uostra magna signoria,
raccomandomi a quella a tucte l’hore
la qual conserui el figliuol di Maria
parato sempre mai per uostro amore
a metter questa breue uita mia,
a quindici di febrar questa si fe
nel millequatrocento nouantatre.
Magnifici et discreti circunstanti
questa è gran cosa certo da pensare
ch’el nostro Redemptor con tucti e facti,
non resta mai le gratie sue mandare;
douerrebbon di questo tucti quanti
e baptezati a Cristo festa fare,
chi u’è chi ui mandò et chi u’è andato
prepari Dio al suo regno beato.
Questa ha composta de Dati Giuliano
a preghiera del magnio caualiere
messer Giouan Filippo ciciliano
che fu di Sixto quarto suo scudiere
et commessario suo et capitano
a quelle cose che fur di mestere
allaude del Signor si canta et dice
che ci conduca al suo regno felice.
Finis laus Deo
Finita la storia della inuentione delle nuoue isole
di Cannaria indiane tracte d’una pistola di Cristofano Colombo
et per messer Giuliano Dati tradotta di latino in uersi uulgari
a·llaude della celestiale corte et a consolatione della christiana
religione et a preghiera del magnifico caualiere
messer Giouan Filippo de lignamine domestico familiare
dello illustrissimo Re di Spagna cristianissimo
a di .xxvi . d’octobre . m . cccc . lxxxxy
Florentie
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